GIUSTIZIA

Giustizia ed Economia

Il 27 giugno scorso si è tenuto il convegno organizzato da Movimento Forense e ARomaSiCambia! su Giustizia ed Economia. Hanno partecipato, tra gli altri, Gennaro Migliore, sottosegretario del Ministero della Giustizia, e Andrea Colletti, membro permanente della II Commissione giustizia della Camera dei deputati.
L’evento, nel suscitare il vivo interesse del qualificato pubblico in sala, ha consentito l’elaborazione di proposte, anche con riferimento al recente disegno di legge di riforma del processo civile.

 

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SANITA’: DA VOCE DI COSTO A VOCE DI SVILUPPO

Lo scorso 17 novembre 2015 si è svolto il primo FOCUS GROUP del Tavolo Sanità dal titolo “SANITA’: DA VOCE DI COSTO A VOCE DI SVILUPPO”, promosso dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e da ARomaSiCambia!

Sono intervenuti: Valentina Mantua (Responsabile sanità di A Roma si Cambia, fondatore di Health in Progress e Coordinatore del Forum Salute e Sanità del PD Lazio; Davide Integlia, CEO ISHEO e Direttore Area Innovazione I-Com e Fondatore Health in Progress; Rappresentanti dell’industria di settore, imprenditori e cittadini.

A Bruno Scazzocchio, Presidente di A Roma si Cambia e Coordinatore della Commissione lavoro del PD Lazio, sono spettate le conclusioni nelle quali ha sottolineato come “le competenze di I-Com e di ARomaSiCambia! si possano integrare fattivamente per influenzare le politiche regionali in materia di Salute”.

Clicca qui per scaricare e leggere il resoconto della tavolo rotonda.

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Sanità: da Voce di Spesa a Voce di Sviluppo

AROMASICAMBIA!, in collaborazione con HEALTH IN PROGRESS, ha organizzato un FOCUS GROUP dal titolo “SANITA’: DA VOCE DI COSTO A VOCE DI SVILUPPO”, che si terrà Martedì 17 Novembre alle ore 17 presso la sede istituzionale dell’Istituto per la Competitività (I-Com), Piazza dei Santi Apostoli, 66 – Roma, a cui siete tutti invitati.

Si tratta di un tema molto rilevante per i cittadini e per l’economia della nostra Regione ed è importante dare il segnale che Associazioni come la nostra si stanno impegnando per influenzare le scelte della politica. Il nostro forte impegno sulla Sanità si unisce a quello sulla Scuola (entro dopodomani sarà presentato al MIUR il progetto sull’alternanza), sulla Giustizia e sui temi istituzionali che riguardano la nostra città e la nostra Regione, e in questa fase drammatica soprattutto per Roma, occorre fare sentire chiara e forte la nostra voce.   

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Iniziative

EVENTO “POLITICA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE”

 “POLITICA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE”

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
 SALA CONGRESSI “LONZI”

Roma, Via Della Lungara 19

GIOVEDI’ 16 APRILE 2015 16.00-19.00

 Il giorno 16 aprile 2015 dalle 16.00 alle 19.00 si terrà a Roma, presso la splendida cornice della Casa Internazionale delle Donne, in Via della Lungara 19, un convegno intitolato “Politica e discriminazione di genere”, organizzato dall’Associazione “A Roma Si Cambia” con il contributo degli Stati Generali delle Donne , dell’Associazione Adesso!Italia e dell’Organismo Unitario Avvocatura.

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News

L’Italia del governo Renzi e le priorità della politica internazionale

Charlie-Hebdo-Hollande-Sarkozy-et-une-cinquantaine-de-dirigeants-etrangers-dans-une-marche-republicaine-historique“La politica estera si conferma grande assente nel dibattito pubblico in Italia. Eppure la pace nel Mediterraneo non ce la regalerà nessuno”. Il tweet di Gad Lerner di venerdì 9 gennaio 2015 descrive in maniera esauriente e precisa, pur nella sua necessaria sinteticità, l’approccio dell’opinione pubblica italiana e della classe dirigente nazionale di fronte alle tante crisi internazionali che circondano il paese. Occuparsi di questioni politiche internazionali (così come di politica culturale) forse non è un’opzione ritenuta utile per la creazione di posti di lavoro e, soprattutto, non è argomento che fa presa presso l’elettorato italiano. Salvo poi ritrovarsi drammaticamente costretti a confrontarsi con le conseguenze che l’assenza di strategie internazionali adeguate provoca all’interno delle società europee, con risultati tragici, in grado – questi sì – di spostare consensi e mettere in crisi esecutivi impegnati ad affrontare ben altre difficoltà.
Fin da quando l’attuale segretario del PD e presidente del Consiglio ha ritenuto il partito e l’Italia “scalabili”, si è avvertito chiaramente un limite nella sua azione, sia come leader di partito, che come uomo di governo: l’assenza di riflessioni e di strategie utili ad affrontare le crisi internazionali che riguardano direttamente e indirettamente gli interessi del paese, dal Nord-Africa, al Medio Oriente, per arrivare all’Est Europeo. L’orizzonte internazionale di Renzi sembra fermarsi a Bruxelles e a Berlino, tutto concentrato sulla partita economico-monetaria che si sta giocando in ambito europeo. Le poche volte che ha varcato i limiti di questo suo ristretto orizzonte d’intervento è stato per promuovere il made in Italy, cercando spazi, sponsor e partner per l’economia e le imprese nostrane. Tutto importante, tutto necessario, tutto funzionale all’azione riformatrice del presidente del Consiglio e al rilancio dell’economia italiana, tuttavia non è sufficiente per tutelare al meglio gli interessi del paese. La perdurante instabilità del Nord-Africa, a causa del caos libico e degli incerti assetti di potere in Egitto; l’anarchia politica e militare in cui è precipitato il Medio Oriente, con due paesi importanti e cruciali, quali Siria e Iraq, devastati da guerre civili, interreligiose e interetniche, sono tutti focolai di crisi che proiettano insicurezza, minacce, conflittualità, anche nel resto del Mediterraneo, al cui centro si trova l’Italia, con le sue coste ben esposte a ogni tipo di infiltrazione.
Per poter abbozzare risposte e strategie, in grado di riportare nel medio e lungo periodo un po’ di pace e stabilità nel Mediterraneo (e quindi anche in Europa), è per forza di cose necessario tentare di capire cosa sta accadendo alle porte di casa, dalla Libia, alla Siria e all’Iraq. Contrariamente a quanto sostengono, per vari motivi e a vario titolo (che qui non interessa approfondire), numerosi politici e intellettuali italiani ed europei, non si è in presenza – almeno ad avviso di chi scrive – di uno scontro di civiltà tra l’Occidente cristiano e giudaico e l’Islam integralista e fondamentalista. Non si vedono eredi del Profeta, capaci di unire il mondo arabo e arrivare alla guida di orde islamiche nel cuore del Mediterraneo, per ricostituire emirati musulmani in Sicilia e in Andalusia, o addirittura ancor più a nord. Quel che sta accadendo è una feroce e cruenta lotta di potere tra vari schieramenti del mondo arabo e musulmano, per lo più sunnita, tutti impegnati a riempire l’enorme vuoto di potere politico ed economico che si è creato in Nord-Africa e Medio Oriente, con la scomparsa dei regimi laici di Gheddafi, Saddam Hussein e Mubarak, e con il tentativo di abbattere anche quello di Assad in Siria.
Parte del mondo arabo musulmano sunnita (soprattutto nei cosiddetti paesi arabi moderati) ha accolto con favore gli ‘interventi occidentali che hanno posto fine a dittature spietate e autoritarie, al cui interno il raggio d’azione dell’Islam era assai limitato e compresso (ricordiamo che l’Arabia Saudita ha finanziato quasi per intero le guerre del Golfo contro Saddam Hussein). Tuttavia, la democrazia importata in Iraq e, dopo le primavere arabe, in Egitto e in Libia non è stata intesa dagli ambienti islamici come l’accettazione del pluralismo politico e del multipartitismo, ma piuttosto come la possibilità di tornare in gioco nella gestione del potere politico, dopo decenni di marginalizzazione imposta dai regimi laici guidati per lo più da quadri militari. La liberazione di quei paesi dalle dittature ha aperto la strada a gruppi politici di forte e radicale ispirazione religiosa, determinati a trasformare le istituzioni e gli assetti di potere in senso teocratico e a creare degli Stati islamici. L’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, liberatisi dalla minaccia di Saddam Hussein, che aveva tentato di imporre la propria leadership politica, economica e militare, in Medio Oriente, con l’invasione del Kuwait, sono più che mai determinati a stabilire nuovi equilibri in Iraq e Siria a loro favorevoli, affinché la gestione del potere politico mediorientale, nonché delle immense ricchezze petrolifere irachene e delle vie di comunicazioni siriane, non vadano in mano a regimi e governi a loro contrari. Da qui il tentativo sunnita di al Qaeda, prima, e dell’Isis, poi, di stravolgere gli assetti mediorientali e di conquistare il potere in Iraq e Siria, con le armi e con il sostegno finanziario di alcuni circoli sauditi.
Lo stesso sta accadendo in Nord-Africa, dove si scontrano fazioni del mondo arabo, sia islamico, che laico. In Egitto è in corso una lotta tra gli ambienti militari e quelli islamici dei Fratelli Musulmani, con i primi che hanno ribaltato con la forza e il sangue i risultati elettorali che avevano determinato la vittoria di leader politici vicini all’Islam radicale. In Libia, sono attive e schierate le une contro le altre diverse milizie, appoggiate alcune dai militari egiziani, altre dai Fratelli musulmani, altre ancora da gruppi vicini ai sauditi. Anche in Libia la posta in gioco è il vuoto politico nella gestione delle ricchezza petrolifere, creatosi con la cruenta fine del regime di Gheddafi. Ciò che accumuna tutti, dai sauditi wahabiti, ai Fratelli musulmani, dall’Isis ad al Qaeda, è l’esclusione dell’Occidente dal potere politico ed economico del Nord-Africa e del Medio Oriente, è forse l’ultimo atto della lunga decolonizzazione iniziata nel secondo dopoguerra.
Questa lotta di potere, di tutti contro tutti, uniti però nell’esclusione degli occidentali come colonizzatori, minaccia la pace, la sicurezza e la stabilità dei paesi europei, che si affacciano sul Mediterraneo e che hanno notevoli interessi nelle regioni coinvolte in queste crisi. L’instabilità di tutta l’area provoca flussi migratori, difficilmente governabili; crea difficoltà nell’approvvigionamento energetico; ma, soprattutto, espone le nostre città ad attentati terroristici, il cui scopo non è solo quello di tenere i governi europei il più lontano possibile dai paesi arabi, ma anche di propagandare progetti e piattaforme politiche, al fine di arruolare nuovi combattenti per le forze jihadiste, reclutandoli tra i giovani immigrati o figli di immigrati, che vivono nelle società europee ma spesso in situazioni di emarginazione.
Di fronte a tutto ciò, è bene che il governo Renzi, sollecitando il nuovo responsabile della Farnesina, Paolo Gentiloni, e approfittando della presenza di Federica Mogherini nella Commissione europea nel ruolo di responsabile della politica estera e di sicurezza dell’UE, si attivi per rilanciare un’iniziativa europea. È evidente, infatti, che è ormai non più rinviabile un chiarimento complessivo con l’alleato storico dell’Occidente in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, che appare sempre meno un partner moderato, ma sempre più determinato a recitare un ruolo cruciale nella regione, utilizzando lo strumento religioso, l’Islam sunnita wahabita (quello più tradizionale, conservatore e ortodosso), per egemonizzare l’area. È necessario rilanciare il dialogo europeo con quei paesi musulmani, ma non arabi, come Iran e Turchia, che sono altrettanto preoccupati per quanto sta accadendo nel mondo arabo sunnita ai loro confini; un dialogo tra pari, però, senza fare in continuazione l’esame di democraticità al governo di Erdogan o a quello degli ayatollah. È urgente effettuare delle scelte in Siria, per decidere se il macellaio Bashar al-Assad può essere utile nella lotta contro i tagliagole dell’Isis. È forse inevitabile iniziare a pensare di dover prendere atto dell’esistenza di uno Stato islamico sunnita, così come è stata ormai accettata l’esistenza di uno Stato islamico sciita in Iran; in caso contrario, è bene assumersi responsabilità politiche e militari, per “estirpare” la minaccia islamista dell’Isis con le armi, come afferma il ministro Gentiloni in un’intervista a Repubblica, domenica 11 gennaio; tertium non datur, però: compromesso o guerra totale (con i rischi che ne conseguono). È fondamentale, infine, elaborare una soluzione per il caos politico in Libia (se non altro per la responsabilità storica che i paesi europei hanno per avere gettato il paese nell’anarchia dopo la defenestrazione di Gheddafi).
Si tratta di opzioni al ribasso, ovviamente, figlie di scelte contraddittorie e in alcuni casi rivelatesi errate, compiute nel recente passato dall’Occidente in Medio Oriente. Si tratta, infine, di azioni e interventi, che richiedono la costruzione di pozioni comuni con i partner europei e nordamericani, perché il procedere in ordine sparso ormai non è più possibile, né conveniente.

Massimo Bucarelli
Docente di Storia delle relazioni internazionali

Università del Salento

Lavoro · News

Garanzia Giovani: un miliardo di idee per entrare nel futuro

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Sempre più spesso si sentono e si vedono nel nostro paese giovani disoccupati. La prima domanda che ci si pone è: “Com’è possibile che proprio i giovani, il futuro del paese, rimangano senza lavoro?” . La ricerca Studio Ergo Lavoro (McKinsey, 2014) ha rivelato che in Italia il 40% della disoccupazione giovanile ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e economico. Solo il 38% dei giovani, infatti, ha piena consapevolezza degli sbocchi occupazionali offerti dal percorso di studi scelto. Appena il 42% delle imprese, poi, ritiene che i neolaureati abbiano competenze adeguate ad affrontare l’attività professionale. A tutto ciò va infine aggiunto che, molto spesso, l’università non riesce a mettere efficacemente in contatto le imprese e i candidati.

Il Programma Garanzia Giovani, con uno stanziamento di 1,5 Miliardi di Euro, si propone di avvicinare questi mondi ricorrendo ad una serie di azioni integrate sia di breve che di medio lungo periodo. Programmi, iniziative, servizi informativi, percorsi personalizzati, incentivi: sono queste le misure previste a livello nazionale e regionale per offrire opportunità di orientamento, formazione e inserimento al lavoro, in un’ottica di collaborazione tra pubblico e privato.

Tuttavia, ad oggi, ci sono delle lacune e delle criticità che non consentono al Programma di decollare come dovrebbe. Tra queste, l’impianto del programma, che fa perno sulle regioni come enti intermedi e che sconta le differenti capacità programmatiche e gestionali di queste ultime. In molti casi le regioni si sono attivate tardivamente, in alcuni casi hanno previsto propri portali di accesso alla Garanzia Giovani, in altri si sono rifatte al portale nazionale (Clicklavoro). Inoltre va ricordato che i punti di contatto diretti con i giovani sono i centri per l’impiego, tradizionalmente deboli dal punto di vista delle dotazioni organizzative (e di competenze) e della diffusione territoriale. Senza contare che ogni regione sta attuando il Programma secondo le proprie priorità e modalità, quindi ci troviamo di fronte ad un progetto che si muove, sul territorio nazionale, a velocità diverse. Ad oggi, infatti, solo 12 regioni hanno preso provvedimenti per supportare i cosiddetti NEET – Not (engaged) in Education, Employment or Training – ovvero quei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione.

Sebbene queste siano problematiche abbastanza spinose, uno dei punti più critici resta l’impiego delle risorse: sul miliardo e mezzo di euro stanziati da Garanzia Giovani, solo 561 milioni risultano essere stati utilizzati. Stiamo parlando di un terzo del totale, stiamo parlando di un miliardo di euro che potrebbe essere speso per aiutare gli oltre 200 mila giovani che hanno aderito al programma.

Questi elementi spiegano i risultati non incoraggianti del programma Garanzia Giovani e sono strettamente connessi al più generale debole impianto delle politiche attive per il lavoro nel nostro paese, sia in termini di strutture e soggetti dedicati, sia in termini di risorse stanziate. Negli ultimi anni si è arrivati ad un punto tale che i sussidi di disoccupazione sono la voce più importante delle politiche occupazionali (9%), mentre la formazione, che dovrebbe essere uno dei punti chiave, è in fondo alla lista (2%).

Per fare in modo che il programma funzioni e sia più incisivo è necessario pensare ad alcuni obiettivi ed azioni da perseguire ed intraprendere nel breve e nel lungo periodo. Per quanto riguarda il breve periodo, si deve innanzitutto puntare sulla diffusione e pubblicizzazione del progetto, ancora oggi non molto conosciuto dai giovani, e sulla collaborazione delle università, degli istituti superiori e dei centri di formazione, nell’offrire ai giovani una formazione che sia davvero utile per l’inserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, per aumentare la fiducia dei NEET nel programma, le singole azioni dovrebbero essere valutate non solo sul piano quantitativo, come avviene ora, ma anche su quello qualitativo. In questo modo sarebbe anche possibile una più efficace distribuzione delle risorse.
Per quanto riguarda il lungo periodo, invece, sarebbe opportuno analizzare i trend in atto nei settori e nelle tecnologie per comprendere quali figure professionali saranno più richieste in futuro; andrebbero anche potenziate le competenze e le dotazioni dei centri per l’impiego, al fine di renderli capaci di fornire un orientamento personalizzato ed efficace; potrebbero, poi, essere coinvolti nelle attività di tutorship e mentorship manager e lavoratori altamente qualificati temporaneamente disoccupati. A questo potrebbero essere affiancati anche un meccanismo che veda alternarsi l’apprendimento al training on the job, puntando sull’apprendistato professionalizzante, e un progetto che preveda il co-finanziamento privato ad iniziative di formazione.

Le idee, insomma, non mancano. E sono contenute in un documento che abbiamo redatto. Quello che oggi abbiamo tra le mani è un programma che può essere migliorato nelle sue parti più deboli e che può portare il paese fuori dalla fase di stagnazione in cui versa in questo settore. Basta davvero intraprendere poche ma efficaci azioni affinché quel miliardo e mezzo di euro possa essere investito nel migliore dei modi e i ragazzi diventino finalmente il motore di quest’Italia che ha tanta buona energia da utilizzare per entrare a passo spedito nel futuro.

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GARANZIA GIOVANI E POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO

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Premessa

La ‘garanzia giovani’ viene qui affrontata in senso ampio, come quell’insieme di politiche e strumenti atti a favorire la transizione dei giovani alla vita attiva. Per questo si parte dall’esame dei programmi comunitari e nazionali dedicati al tema, analizzandone le caratteristiche, nonché le aree di miglioramento e collegandoli con le più generali politiche attive del lavoro, che ricomprendono anche gli adulti, prime fra tutte l’orientamento e la formazione, fino a giungere all’analisi delle possibili aree d’azione sul fronte dei meccanismi di agevolazione fiscale e contributiva all’assunzione.
La ‘garanzia giovani’ così intesa ha reso necessario partire da alcune premesse di scenario relative alla riforma del lavoro quali: una modifica dei regimi contrattuali nella direzione del contratto unico a tutele crescenti, la necessità di decentrare fortemente la contrattazione collettiva in modo da legarla sempre più all’effettiva produttività, l’urgenza della costruzione di un sistema di formazione tecnica avanzata.
Si tratta di dare un segnale forte ai giovani e all’Europa, riducendo le molteplici segregazioni del nostro mercato del lavoro e utilizzando le risorse finanziarie della garanzia giovani per introdurre un sistema di formazione più simile a quello dei Paesi dove la disoccupazione giovanile è più bassa, quali Germania, Austria e Svizzera.
Nel nostro Paese il passaggio dallo studio al lavoro è un percorso tortuoso e sovente frustrante per molti, troppi giovani. I dati non confortanti sulla situazione occupazionale dei laureati sono tristemente noti e fotografano una situazione davvero difficile.
Le cause di questa emergenza sono da ricercarsi nelle difficoltà di relazione tra due ‘mondi’ troppo spesso lontani: quello dell’istruzione e quello del lavoro. Secondo la ricerca Studio Ergo Lavoro (McKinsey, 2014) in Italia, il 40% della disoccupazione giovanile ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e economico. Solo il 38% dei giovani ha piena consapevolezza degli sbocchi occupazionali offerti dal percorso di studi scelto. Appena il 42% delle imprese ritiene che i neolaureati abbiano competenze adeguate ad affrontare l’attività professionale. A ciò si aggiunga che, molto spesso, l’università non riesce a mettere efficacemente in contatto le imprese e i candidati.

Il Programma Garanzia Giovani: i primi risultati e alcune criticità

Il Programma Garanzia Giovani, con uno stanziamento di 1,5 Miliardi di Euro, si propone di avvicinare questi mondi ricorrendo ad una serie di azioni integrate sia di breve che di medio lungo periodo. Programmi, iniziative, servizi informativi, percorsi personalizzati, incentivi: sono queste le misure previste a livello nazionale e regionale per offrire opportunità di orientamento, formazione e inserimento al lavoro, in un’ottica di collaborazione tra tutti gli attori pubblici e privati coinvolti. A distanza di alcuni mesi dall’avvio, a fronte di risultati è possibile evidenziare una serie di punti di attenzione e di possibile aree di miglioramento.

  • L’impostazione del sistema
    L’impianto del programma, che fa perno sulle regioni come enti intermedi, sconta le differenti capacità programmatiche e gestionali di queste ultime. In molti casi le regioni si sono attivate tardivamente, in alcuni casi hanno previsto propri portali di accesso alla Garanzia Giovani, in altri si sono rifatte al portale nazionale (Clicklavoro). Inoltre, i punti di contatto diretti con i giovani sono i centri per l’impiego, tradizionalmente deboli dal punto di vista delle dotazioni organizzative (e di competenze) e della diffusione territoriale.
  • Le risorse impegnate e la programmazione attuativa
    Particolarmente critica la situazione di impegno delle risorse (da effettuarsi entro il 2015). A oggi, sono stati impiegati solo 561 milioni (260 milioni a livello territoriale) su 1,5 miliardi. La programmazione attuativa va avanti a velocità diverse: solo 12 regioni hanno attivato misure per i NEET.
  • La quantità e la qualità dell’offerta di servizi
    Al momento si contano 262mila giovani iscritti al programma (report ministeriale del 23 ottobre). I giovani “presi in carico” dal servizio sono complessivamente pari a 64.500 (24%). Le occasioni di lavoro sono 19.100, per un totale di posti disponibili pari a 27.400; di queste 4.864 vacancy sono ad oggi attive per un totale di 6.706 posti disponibili.
    Secondo quanto affermano i ricercatori di ADAPT (luglio/settembre 2014) gran parte delle offerte risulterebbero già pubblicate sui siti delle agenzie interinali, poche le richieste dirette delle aziende. L’87% delle posizioni riguardano profili di medio e basso livello. I contratti offerti sono per il 75% a tempo determinato, il 5.80% tirocini e solo l’1.43% di apprendistato.
  • Alcune prime criticità
    Diffusione: la conoscenza del programma è bassa, sia tra i giovani, sia tra gli imprenditori. Gli sportelli informativi sono ‘pochi’. Ad esempio, nella sola città di Roma, cliccando sul sito “GaranziaGiovani” si trovano solo 6 CPI disponibili per l’intera “area metropolitana”.
    Coinvolgimento privati: le convenzioni con le organizzazioni di rappresentanza non sono sufficientemente valorizzate.
    Calo di fiducia: i ragazzi stanno perdendo fiducia nel programma (si registra un rallentamento delle iscrizioni dopo il boom dei primi mesi).
    Valutazione: non esistono meccanismi nazionali per la valutazione “qualitativa” dei risultati.
    Risorse: troppo poco si è investito sull’apprendistato (circa 200milioni di Euro sul totale degli stanziamenti previsti) che nelle intenzioni europee avrebbe dovuto costituire lo strumento principe per l’attuazione della garanzia giovani.

Il legame con le politiche attive

Questi elementi spiegano i risultati non incoraggianti del programma Garanzia Giovani e sono strettamente connessi al più generale debole impianto delle politiche attive per il lavoro nel nostro paese, sia in termini di strutture e soggetti dedicati, sia in termini di risorse stanziate.
Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2011 – ultimo anno per il quale le statistiche del Ministero sono al momento disponibili in modo completo – le risorse impiegate in Italia negli interventi per l’occupazione erano pari a circa 26.537 milioni di euro; scorporando i servizi, il totale delle misure e del supporto (politiche attive e passive) era pari a circa 26.051 milioni di euro (1.6% del PIL). Per quanto riguarda, invece, la proporzione tra politiche attive e passive, queste ultime rappresentavano circa l’82% delle politiche del lavoro, con una spesa pari a circa 21.295 milioni di euro, contro i 4.755 milioni di euro impiegati per le politiche attive.
Il peso delle politiche attive, che nel 2007 rappresentavano il 36% delle politiche totali, si è ridotto negli ultimi anni rispetto alle politiche passive, stabilizzandosi attorno al 18%. L’incremento più evidente nel peso degli interventi di supporto si osserva a partire dal 2009, come effetto dell’aumentato ricorso agli ammortizzatori sociali durante il periodo di crisi.
Considerando tutti gli interventi complessivamente, i trattamenti di disoccupazione costituiscono la voce di gran lunga più rilevante delle politiche occupazionali. Seguono gli incentivi (9%), i contratti a causa mista (6%) e i prepensionamenti (5%), mentre la formazione – che pure dovrebbe rappresentare la principale leva per adeguare le competenze in momenti di crisi – si attesta intorno al 2%.
Altro elemento del sistema strettamente connesso con la GG è proprio il mondo della formazione e dell’istruzione. Il primo presenta una serie di debolezze strutturali in termini di qualità e quantità dell’offerta, spesso autoreferenziale e costosa e sconta numerosi problemi di efficienza e efficacia legati alla regionalizzazione del sistema. Per questo è opportuno garantire una maggiore valutazione, selezione e efficienza dell’offerta, nonché potenziare gli investimenti nella formazione rivolta agli imprenditori dai quali dipendono molte delle scelte di sviluppo delle competenze delle aziende.
Il secondo dovrebbe maggiormente aprirsi al dialogo con il mondo produttivo sia nei contenuti, sia nelle modalità organizzative, sia nei programmi che dovrebbero valorizzare momenti di apprendimento sul campo e l’alternanza scuola – lavoro. In questo senso, è importante avere come riferimento non solo il lavoro dipendente, ma anche quello autonomo con necessarie iniziative per orientare e formare i giovani all’attività imprenditoriale, nonché puntare sulla formazione tecnica e prevedere periodi di lavoro durante il periodo di studi scolastici e universitari per avvicinare da subito i giovani alla vita professionale. In tal senso il recente documento “La buona scuola”, presentato dal Governo Renzi, potrebbe rappresentare un’interessante opportunità per andare in questa direzione.

Alcune possibili proposte di implementazione

E’ possibile immaginare una serie di obiettivi e azioni da intraprendere nel breve e nel medio lungo periodo per rendere maggiormente incisiva l’azione del programma “Garanzia Giovani”, valorizzandone il legame con le politiche attive.

‘Breve’ periodo (inerenti il programma Garanzia Giovani):
Obiettivi conoscere e diffondere  azioni di informazione, comunicazione & “marketing”:
Investire in una campagna nazionale di comunicazione verso i giovani e le imprese, valorizzando il ruolo delle università/scuole e delle associazioni/sindacati come ‘interfaccia’.
Migliorare la qualità dei dati sull’utilizzo del programma inserendo informazioni anche sulle valutazioni di qualità.
Potenziare il numero degli youth corner dedicati, anche all’interno delle strutture orientative e formative di maggiore rilievo.
Obiettivo coinvolgere  azioni di network e co-gestione:
Privati: oltre alle associazioni di categoria, occorre mettere in rete soggetti privati che forniscono servizi di ricollocazione e orientamento che siano casi di successo effettivo nelle politiche attive e con un’alta riconoscibilità nel mercato del lavoro riguardo al tema giovanile (es. Almalaurea, Actl-sportello stage, Repubblica degli Stagisti, ex Alumni ….).
Sistema formativo (università, degli istituti superiori e delle scuole di formazione): oltre che come partner delle iniziative di comunicazione, questi enti possono supportare l’implementazione del programma sul lato orientativo e della formazione, offrendo ai giovani occasioni di formazione realmente utile all’inserimento lavorativo. Dovrebbero essere selezionati sulla base degli effettivi legami con le aziende e la possibilità di attivare percorsi di studio lavoro come nel caso delle doti uniche della Regione Lombardia.
Obiettivo valutare  azioni di valutazione qualitativa e knowledge condiviso:
Prevedere meccanismi di valutazione in merito alle dimensioni qualitative e non solo quantitative dell’utilizzo del programma, garantendo un uso efficiente delle risorse e promuovendo le attività di apprendimento reciproco a livello nazionale, regionale e locale tra tutti i soggetti coinvolti.

‘Medio-lungo’ periodo (che impattato maggiormente sulle politiche attive e il sistema dell’education):
Obiettivo innovare  azioni lato rilevazione professioni
Innovare i meccanismi di rilevazione dei fabbisogni e classificazione delle figure professionali tenendo conto dei trend in atto nei settori e nelle tecnologie (Cluster tecnologici MIUR, Made in …).
Obiettivo rafforzare il sistema degli attori  azioni lato agenzie nazionali e coinvolgimento privati
Potenziare le competenze e le dotazioni dei centri per l’impiego affinché siano in grado di fornire un orientamento personalizzato e una progettazione individuale da mettere in rete.
Coinvolgere attivamente nel newtork i privati con competenza e esperienza.
Coinvolgere nelle attività di tutorship e mentorship manager e lavoratori altamente qualificati temporaneamente disoccupati.
Obiettivo educare al lavoro: azioni sul fronte education
Incentivare i meccanismi di alternanza e learning on-the job, puntando sull’apprendistato professionalizzante e snellendo il peso burocratico sulle imprese.
Incentivare forme di co-finanziamento privato ad iniziative di formazione e orientamento.
Bruno Scazzocchio, presidente ARomaSiCambia!
Giorgio Neglia, segretario ARomaSiCambia!