Iniziative

EVENTO “POLITICA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE”

 “POLITICA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE”

CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
 SALA CONGRESSI “LONZI”

Roma, Via Della Lungara 19

GIOVEDI’ 16 APRILE 2015 16.00-19.00

 Il giorno 16 aprile 2015 dalle 16.00 alle 19.00 si terrà a Roma, presso la splendida cornice della Casa Internazionale delle Donne, in Via della Lungara 19, un convegno intitolato “Politica e discriminazione di genere”, organizzato dall’Associazione “A Roma Si Cambia” con il contributo degli Stati Generali delle Donne , dell’Associazione Adesso!Italia e dell’Organismo Unitario Avvocatura.

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L’ITALIA E LA TUNISIA: VECCHI LEGAMI E NUOVE CONVERGENZE di Massimo Bucarelli

Il 12 maggio 1881 veniva firmato a Tunisi presso il Castello del Bardo – sede all’epoca del Bey di Tunisi e oggi del Museo Nazionale, teatro poche settimane fa dell’ennesima strage rivendicata dall’Isis – il trattato istitutivo del protettorato francese sul paese nordafricano.

Il Trattato del Bardo non solo dava inizio al dominio coloniale francese in Tunisia, ma poneva bruscamente fine alle aspirazioni espansioniste italiane su quel tratto di territorio maghrebino, costringendo la classe dirigente del Regno d’Italia a indirizzare altrove, nella vicina Libia e nel Corno d’Africa, i propositi di ingrandimento coloniale. Vari motivi avevano spinto la politica italiana a progettare la possibile colonizzazione della costa e dell’entroterra tunisino: l’estrema prossimità geografica alle isole e alle coste siciliane; considerazioni d’ordine strategico, legate alla necessità di garantire un certo equilibrio nel Mediterraneo, nel tentativo di contenere la presenza francese e britannica; l’esistenza, infine, di una consistente comunità di italiani, che nei decenni precedenti avevano attraversato il Canale di Sicilia in cerca di miglior fortuna, percorrendo il tragitto inverso rispetto a quello compiuto dagli attuali migranti africani disposti a rischiare la propria vita pur di giungere sulle coste italiane.

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L’Italia e il caos libico: intervento diretto o guerra per procura?

La Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi, favorita soprattutto dall’intervento internazionale a sostegno delle rivolte interne, è ancora oggi, a quattro anni da quegli avvenimenti, un paese in preda all’anarchia politica e istituzionale. La fine del governo dittatoriale libico non è stata seguita dall’avvento del pluralismo politico e da pratiche di governo democratiche, ma ha determinato un vuoto di potere, in cui varie fazioni continuano ad affrontarsi. Continue reading “L’Italia e il caos libico: intervento diretto o guerra per procura?”

Pubblica Amministrazione

La Buona Scuola: ora è il tempo del coraggio! (A cura della Redazione di ARomaSiCambia!)

Quella su “La Buona Scuola” è stata la più vasta e imponente consultazione pubblica della storia europea. Basterebbe questa considerazione per far capire quanto importante sia il tema della riforma scolastica nel nostro Paese. Bene ha fatto Renzi ad aprire l’anno salutando gli studenti e prendendo l’impegno di arrivare ad una legge vera e propria entro il 28 febbraio 2015.

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News

L’Italia del governo Renzi e le priorità della politica internazionale

Charlie-Hebdo-Hollande-Sarkozy-et-une-cinquantaine-de-dirigeants-etrangers-dans-une-marche-republicaine-historique“La politica estera si conferma grande assente nel dibattito pubblico in Italia. Eppure la pace nel Mediterraneo non ce la regalerà nessuno”. Il tweet di Gad Lerner di venerdì 9 gennaio 2015 descrive in maniera esauriente e precisa, pur nella sua necessaria sinteticità, l’approccio dell’opinione pubblica italiana e della classe dirigente nazionale di fronte alle tante crisi internazionali che circondano il paese. Occuparsi di questioni politiche internazionali (così come di politica culturale) forse non è un’opzione ritenuta utile per la creazione di posti di lavoro e, soprattutto, non è argomento che fa presa presso l’elettorato italiano. Salvo poi ritrovarsi drammaticamente costretti a confrontarsi con le conseguenze che l’assenza di strategie internazionali adeguate provoca all’interno delle società europee, con risultati tragici, in grado – questi sì – di spostare consensi e mettere in crisi esecutivi impegnati ad affrontare ben altre difficoltà.
Fin da quando l’attuale segretario del PD e presidente del Consiglio ha ritenuto il partito e l’Italia “scalabili”, si è avvertito chiaramente un limite nella sua azione, sia come leader di partito, che come uomo di governo: l’assenza di riflessioni e di strategie utili ad affrontare le crisi internazionali che riguardano direttamente e indirettamente gli interessi del paese, dal Nord-Africa, al Medio Oriente, per arrivare all’Est Europeo. L’orizzonte internazionale di Renzi sembra fermarsi a Bruxelles e a Berlino, tutto concentrato sulla partita economico-monetaria che si sta giocando in ambito europeo. Le poche volte che ha varcato i limiti di questo suo ristretto orizzonte d’intervento è stato per promuovere il made in Italy, cercando spazi, sponsor e partner per l’economia e le imprese nostrane. Tutto importante, tutto necessario, tutto funzionale all’azione riformatrice del presidente del Consiglio e al rilancio dell’economia italiana, tuttavia non è sufficiente per tutelare al meglio gli interessi del paese. La perdurante instabilità del Nord-Africa, a causa del caos libico e degli incerti assetti di potere in Egitto; l’anarchia politica e militare in cui è precipitato il Medio Oriente, con due paesi importanti e cruciali, quali Siria e Iraq, devastati da guerre civili, interreligiose e interetniche, sono tutti focolai di crisi che proiettano insicurezza, minacce, conflittualità, anche nel resto del Mediterraneo, al cui centro si trova l’Italia, con le sue coste ben esposte a ogni tipo di infiltrazione.
Per poter abbozzare risposte e strategie, in grado di riportare nel medio e lungo periodo un po’ di pace e stabilità nel Mediterraneo (e quindi anche in Europa), è per forza di cose necessario tentare di capire cosa sta accadendo alle porte di casa, dalla Libia, alla Siria e all’Iraq. Contrariamente a quanto sostengono, per vari motivi e a vario titolo (che qui non interessa approfondire), numerosi politici e intellettuali italiani ed europei, non si è in presenza – almeno ad avviso di chi scrive – di uno scontro di civiltà tra l’Occidente cristiano e giudaico e l’Islam integralista e fondamentalista. Non si vedono eredi del Profeta, capaci di unire il mondo arabo e arrivare alla guida di orde islamiche nel cuore del Mediterraneo, per ricostituire emirati musulmani in Sicilia e in Andalusia, o addirittura ancor più a nord. Quel che sta accadendo è una feroce e cruenta lotta di potere tra vari schieramenti del mondo arabo e musulmano, per lo più sunnita, tutti impegnati a riempire l’enorme vuoto di potere politico ed economico che si è creato in Nord-Africa e Medio Oriente, con la scomparsa dei regimi laici di Gheddafi, Saddam Hussein e Mubarak, e con il tentativo di abbattere anche quello di Assad in Siria.
Parte del mondo arabo musulmano sunnita (soprattutto nei cosiddetti paesi arabi moderati) ha accolto con favore gli ‘interventi occidentali che hanno posto fine a dittature spietate e autoritarie, al cui interno il raggio d’azione dell’Islam era assai limitato e compresso (ricordiamo che l’Arabia Saudita ha finanziato quasi per intero le guerre del Golfo contro Saddam Hussein). Tuttavia, la democrazia importata in Iraq e, dopo le primavere arabe, in Egitto e in Libia non è stata intesa dagli ambienti islamici come l’accettazione del pluralismo politico e del multipartitismo, ma piuttosto come la possibilità di tornare in gioco nella gestione del potere politico, dopo decenni di marginalizzazione imposta dai regimi laici guidati per lo più da quadri militari. La liberazione di quei paesi dalle dittature ha aperto la strada a gruppi politici di forte e radicale ispirazione religiosa, determinati a trasformare le istituzioni e gli assetti di potere in senso teocratico e a creare degli Stati islamici. L’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, liberatisi dalla minaccia di Saddam Hussein, che aveva tentato di imporre la propria leadership politica, economica e militare, in Medio Oriente, con l’invasione del Kuwait, sono più che mai determinati a stabilire nuovi equilibri in Iraq e Siria a loro favorevoli, affinché la gestione del potere politico mediorientale, nonché delle immense ricchezze petrolifere irachene e delle vie di comunicazioni siriane, non vadano in mano a regimi e governi a loro contrari. Da qui il tentativo sunnita di al Qaeda, prima, e dell’Isis, poi, di stravolgere gli assetti mediorientali e di conquistare il potere in Iraq e Siria, con le armi e con il sostegno finanziario di alcuni circoli sauditi.
Lo stesso sta accadendo in Nord-Africa, dove si scontrano fazioni del mondo arabo, sia islamico, che laico. In Egitto è in corso una lotta tra gli ambienti militari e quelli islamici dei Fratelli Musulmani, con i primi che hanno ribaltato con la forza e il sangue i risultati elettorali che avevano determinato la vittoria di leader politici vicini all’Islam radicale. In Libia, sono attive e schierate le une contro le altre diverse milizie, appoggiate alcune dai militari egiziani, altre dai Fratelli musulmani, altre ancora da gruppi vicini ai sauditi. Anche in Libia la posta in gioco è il vuoto politico nella gestione delle ricchezza petrolifere, creatosi con la cruenta fine del regime di Gheddafi. Ciò che accumuna tutti, dai sauditi wahabiti, ai Fratelli musulmani, dall’Isis ad al Qaeda, è l’esclusione dell’Occidente dal potere politico ed economico del Nord-Africa e del Medio Oriente, è forse l’ultimo atto della lunga decolonizzazione iniziata nel secondo dopoguerra.
Questa lotta di potere, di tutti contro tutti, uniti però nell’esclusione degli occidentali come colonizzatori, minaccia la pace, la sicurezza e la stabilità dei paesi europei, che si affacciano sul Mediterraneo e che hanno notevoli interessi nelle regioni coinvolte in queste crisi. L’instabilità di tutta l’area provoca flussi migratori, difficilmente governabili; crea difficoltà nell’approvvigionamento energetico; ma, soprattutto, espone le nostre città ad attentati terroristici, il cui scopo non è solo quello di tenere i governi europei il più lontano possibile dai paesi arabi, ma anche di propagandare progetti e piattaforme politiche, al fine di arruolare nuovi combattenti per le forze jihadiste, reclutandoli tra i giovani immigrati o figli di immigrati, che vivono nelle società europee ma spesso in situazioni di emarginazione.
Di fronte a tutto ciò, è bene che il governo Renzi, sollecitando il nuovo responsabile della Farnesina, Paolo Gentiloni, e approfittando della presenza di Federica Mogherini nella Commissione europea nel ruolo di responsabile della politica estera e di sicurezza dell’UE, si attivi per rilanciare un’iniziativa europea. È evidente, infatti, che è ormai non più rinviabile un chiarimento complessivo con l’alleato storico dell’Occidente in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, che appare sempre meno un partner moderato, ma sempre più determinato a recitare un ruolo cruciale nella regione, utilizzando lo strumento religioso, l’Islam sunnita wahabita (quello più tradizionale, conservatore e ortodosso), per egemonizzare l’area. È necessario rilanciare il dialogo europeo con quei paesi musulmani, ma non arabi, come Iran e Turchia, che sono altrettanto preoccupati per quanto sta accadendo nel mondo arabo sunnita ai loro confini; un dialogo tra pari, però, senza fare in continuazione l’esame di democraticità al governo di Erdogan o a quello degli ayatollah. È urgente effettuare delle scelte in Siria, per decidere se il macellaio Bashar al-Assad può essere utile nella lotta contro i tagliagole dell’Isis. È forse inevitabile iniziare a pensare di dover prendere atto dell’esistenza di uno Stato islamico sunnita, così come è stata ormai accettata l’esistenza di uno Stato islamico sciita in Iran; in caso contrario, è bene assumersi responsabilità politiche e militari, per “estirpare” la minaccia islamista dell’Isis con le armi, come afferma il ministro Gentiloni in un’intervista a Repubblica, domenica 11 gennaio; tertium non datur, però: compromesso o guerra totale (con i rischi che ne conseguono). È fondamentale, infine, elaborare una soluzione per il caos politico in Libia (se non altro per la responsabilità storica che i paesi europei hanno per avere gettato il paese nell’anarchia dopo la defenestrazione di Gheddafi).
Si tratta di opzioni al ribasso, ovviamente, figlie di scelte contraddittorie e in alcuni casi rivelatesi errate, compiute nel recente passato dall’Occidente in Medio Oriente. Si tratta, infine, di azioni e interventi, che richiedono la costruzione di pozioni comuni con i partner europei e nordamericani, perché il procedere in ordine sparso ormai non è più possibile, né conveniente.

Massimo Bucarelli
Docente di Storia delle relazioni internazionali

Università del Salento