Premessa: Un nuovo patto per far ripartire il nostro territorio

Un nuovo patto per far ripartire il nostro territorio

Un nuovo patto fra cittadini, partiti e istituzioni. Di questo c’è bisogno per far ripartire l’Italia. Questo ha iniziato a fare Matteo Renzi dall’8 dicembre, rimettendo al centro della politica le questioni cruciali: le riforme istituzionali, il lavoro, la scuola.

In questi giorni non è l’Italicum il tema centrale, seppure il ragionamento si tiene solo con il tassello riforma elettorale, ma la forma di Governo: la conferma della forma parlamentare, seppure adeguata alle trasformazioni in atto e ai tempi.

La legge elettorale è la conseguenza non la premessa di questa scelta che rappresenta il nuovo patto tra cittadini, partiti e istituzioni. Che significa non solo andare oltre Berlusconi, ma soprattutto dare risposte a chi ha scelto Grillo.

In questo senso è cruciale il nuovo ruolo che i partiti e tutti i corpi intermedi devono necessariamente avere, se vogliamo poter sperare che le istituzioni democratiche, non solo sopravvivano ai populismi e ai nuovi fascismi, ma si evolvano nella direzione di una sempre maggiore partecipazione dei cittadini, seppure attraverso una “nuova rappresentanza” dei corpi intermedi.

Non è un caso che nel “trittico” proposto (Italicum, Senato e Titolo V) sia centrale il rapporto tra Stato e Regioni, fra tutti il tema più complesso perché tocca il principio di sussidiarietà, molto rilevante sull’idea di nuova rappresentanza di cui vogliamo farci promotori.

E’ necessario dunque trasformare i partiti, aiutando così le istituzioni territoriali, continuando la costruzione di una comunità, che ha iniziato il suo cammino un anno e mezzo fa e che sta suscitando tante speranze negli italiani. Si tratta di dare concretezza a queste speranze  di cambiamento nel Lazio di cui Roma, con la sua area metropolitana, è il perno. Il Lazio cambia verso e riparte con Roma.

Ripartire, mettendo al centro la capacità organizzativa. E’ questa l’azione principale che abbiamo scelto per caratterizzare la nostra proposta. Una proposta di cambiamento per far crescere le nostre imprese e per creare nuova occupazione.

Ripartire, ottimizzando e innovando il sistema della mobilità veicolare, ciclabile e pedonale, moltiplicando i nodi di scambio tra mezzi pubblici e privati per una vera intermodalità.

Ripartire dall’ambiente, incentivare l’utilizzo di materiali eco-compatibili e fonti energetiche rinnovabili, ottimizzando standard energetici e ambientali, proponendo un nuovo patto Regione Lazio/Roma Capitale per i processi di smaltimento e riuso dei rifiuti.

Ripartire con un nuovo Welfare, in grado di funzionare, con nuove regole più semplici, per tutti: cittadini e imprese.

Ripartire dalle imprese, che hanno bisogno di internazionalizzazione, accesso al credito, una nuova organizzazione e nuove alleanze a partire dalle reti d’impresa.

I dati su competitività e occupazione sono allarmanti

Partiamo da alcuni dati che misurano il livello di competitività del Lazio, in cui si registra, purtroppo, un modesto livello di internazionalizzazione delle imprese.

Secondo i dati del sistema informativo Excelsior, nel Lazio le imprese “non esportatrici” sono il 91.4%; l’85.8% non prevedono di attivare nuovi prodotti servizi.

Il valore aggiunto delle imprese del Lazio, secondo una recente indagine di Nomisma, è stazionario, mentre cresce il costo del lavoro. Si prevede una lieve crescita del PIL (+0.6) nel 2014. Anche il fatturato in larga parte è stabile o in decrescita. Tra gli ostacoli segnalati dalle imprese per la crescita spicca il dato del mercato del lavoro (quasi un’impresa su due).

Con riferimento alle dinamiche occupazionali e formative, nel Lazio si registra un tasso di disoccupazione giovanile del 33.7%, il tasso di disoccupazione generale è dell’8.9%, gli inattivi sono al 35,4%, mentre i Neet (giovani che non studiano, non si formano e non lavorano) al 21.6% (dati Istat – 2013).

Non confortanti i dati sulla CIG 2008/2012 +207% e sulla CIG in deroga +62% dal 2011 al 2012; mobilità +72%. Una impresa su tre ha difficoltà di riferimento di figure professionali: solo il 12.5% delle imprese assumerà laureati. I meccanismi di reclutamento sono ‘artigianali’: il 52.7% delle assunzioni avviene per ‘conoscenza diretta’.

Le previsioni di assunzione non sono rosee: dinamiche: -19.7% 2012/2013; Roma -21.3% (inferiore alla media). Di queste il 55% riguarderanno personale con formazione post diploma e tecnici e solo il 22% professioni tecnico – specialistiche e intellettuali. Sul fronte formativo, solo 1 impresa su tre ha fatto formazione, ma il 70% delle imprese dichiara di avere esigenze di formazione per il proprio personale.

Semplificare la governance per creare le condizioni dello sviluppo

Questi dati impongono una risposta forte e tempestiva attraverso l’integrazione di tutte le forze presenti sul territorio laziale. Partendo dal nuovo patto fra cittadini, partiti e istituzioni, e in un’ottica di forte semplificazione, occorre una nuova governance del territorio.

L’attivazione dei grandi investimenti produttivi non deve essere più argomento da letteratura specialistica, in cui diventa ricorrente il termine “ritardo”, sia per descrivere la lentezza delle risposte delle nostre amministrazioni, sia per individuare i motivi per cui questi investimenti, se realizzati, non producono ricchezza e buona occupazione.

In questo ambito il tempo è un fattore determinante, eppure, sia per lo scarso interesse fino ad oggi della politica, sia per la seria impreparazione della burocrazia, ci siamo fatti sfuggire tantissime occasioni di investimento sul nostro territorio.

Per questo valutiamo in maniera positiva la trasformazione di alcune Province in Aree Metropolitane, potendosi così riassumere in un solo Ente le funzioni di governo di un’area vasta, finalizzandole più concretamente allo sviluppo economico e alla qualità della vita.

Riteniamo che il tema delle Aree Metropolitane non sia più un argomento da convegni per specialisti di urbanistica o di macroeconomia. L’essenza dell’Area Metropolitana si concentra su tutte quelle materie che riguardano la vita dei cittadini del Lazio e di Roma: dalla mobilità, ai servizi per l’impiego e le politiche del lavoro, al mondo agricolo, alle imprese artigiane, al turismo.

La nuova area metropolitana coinvolgerà oltre 5 milioni di persone, in una situazione che non trova paragoni con le altre 9 aree che nasceranno in Italia.

Roma è più delle altre città italiane naturalmente a vocazione metropolitana: la presenza degli Hub di livello internazionale a Civitavecchia, Fiumicino e Ciampino; l’assenza o quasi di aree produttive organizzate in maniera moderna, mentre nel territorio provinciale sono 12 le aree organizzate e cantierabili che non riescono a riempirsi di imprese che portino ricchezza decentrata all’intero territorio; la nascita di alcune esperienze di parchi tematici al di fuori della capitale.

Lo sforzo principale che va fatto è dunque in una nuova organizzazione del territorio, non dobbiamo certo partire da zero. Dobbiamo essere in grado di proporre risposte a questa trasformazione impellente, soprattutto nell’ottica di coniugare lo sviluppo economico con la vera qualità della vita dei 5 milioni di abitanti, e degli altrettanti almeno potenziali visitatori. Sembra un’impresa impossibile, ma non lo è, occorre iniziare a fare.

Una sintesi delle cose da fare subito

Fare politica vuol dire recuperare credibilità, realizzando cose concrete e occupandosi dei problemi delle persone, perché oggi non si può prescindere dal fatto che c’è un problema di quotidiano molto pesante che richiede un pacchetto di cose da fare a breve su alcuni temi caldi per poi guardare al medio lungo periodo.

Sul versante del credito occorrono prioritariamente due cose: la prima è una politica di interventi integrati tra tutti i soggetti che agiscono a livello locale sul credito e garanzie per fare massa critica adeguata (Regione, Comune, Camere di Commercio); la seconda è la costruzione di  strumenti sussidiari del credito a livello locale. Ad esempio il territorio deve essere chiamato a sostenere il proprio sviluppo con la costruzione di bond locali con dietro tutte le Istituzioni.

Per quanto riguarda i pagamenti correnti si tratta di una vera rivoluzione da realizzare da parte delle istituzioni locali, a partire dalla Regione, continuando con i pagamenti dello stock scaduto e definendo almeno un progetto che preveda un tempo certo entrò il quale rientrare dai debiti pregressi, iniettando liquidità nel tessuto produttivo.

Al contempo è urgente snellire la macchina burocratica regionale eliminando le ridondanze e semplificando la vita a cittadini e imprese.

Naturalmente i temi qui trattati si collegano ad alcune variabili nazionali che incidono molto pesantemente sul livello locale. E’ questo il caso ad esempio della giustizia, soprattutto quella civile, perché l’eccessiva durata dei processi e l’incertezza del recupero del credito hanno contribuito a determinare la crisi di tutti i settori imprenditoriali, diminuendo la capacità di attrazione del territorio.

La lunghezza dei processi determina incertezza e sfiducia da parte degli investitori stranieri i quali preferiscono altre economie, ma in cui vi è una rapidità nella soluzione delle controversie, una certezza negli investimenti. Una giustizia lenta incrementa il ricorso delle imprese al debito commerciale (dilazioni di pagamento) ed è associata anche ad una minore natalità delle imprese e soprattutto ad una loro minore dimensione media.

Occorre la certezza del diritto, la semplificazione delle norme (queste si che portano l’aumento del contenzioso), la riduzione dei tempi del processo ed anche la devoluzione di alcune materie alla giurisdizione alternativa a quella statale ad opera di esperti del settore (incentivazione dell’arbitrato, rivisitazione completa della mediazione). Da questo punto di vista il nostro territorio si può far promotore di proposte concrete finalizzate al miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dell’amministrazione giudiziaria a vantaggio dei cittadini e delle imprese.

In Italia, l’imprenditorialità innovativa ripartirà innescando un circolo virtuoso ricerca-impresa. Occorre investire in ricerca, puntare su incentivi, merito e una nuova cultura della fiducia, e far uso delle tecnologie ICT per ridurre i costi della politica.

Essere in debito di imprenditorialità innovativa significa investire poco in ricerca e in imprese innovative. L’Italia investe poco nell’una e nelle altre. Col suo 1,25% del PIL, l’Italia rappresenta un caso eclatante di violazione della strategia di Lisbona, che aveva fissato al 3% del PIL la quota che ogni stato membro della UE doveva destinare a R&D.

E invece la ricerca serve all’impresa: l’80% della crescita economica nei paesi industrializzati è un effetto dello sviluppo di nuove tecnologie, ma lo sviluppo tecnologico è anche effetto della ricerca pubblica. D’altro canto, l’impresa serve alla ricerca. La Strategia di Lisbona prevedeva che il 3% del PIL per R&D includesse fondi privati. L’Italia è al 17° posto su 27 paesi europei nel rapporto finanziamenti privati/pubblici in R&D (dati UE). Gli imprenditori italiani non partecipano alle spese per la ricerca.

E’ urgente un piano straordinario per i giovani su due versanti: sostenere progetti di valorizzazione di beni pubblici, terre pubbliche e beni confiscati, ma con proprie responsabilità di impresa; costruire contesti per laboratori di start up e piani di collegamento scuola lavoro, mettendo insieme giovani e senior, nonché laboratori per la ripresa dei mestieri e artigianato.

Guardando invece al futuro, occorre ripensare il nostro territorio con una visione strategica su alcuni versanti.

Nella definizione della Strategia Europa 2020, la Commissione europea ha citato tra le priorità della Comunità Europea una “Crescita sostenibile” definendola come “un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse, sostenibile e competitiva”.

Economia competitiva e sostenibile. Due concetti che fino a qualche decennio fa risultavano incompatibili, competitività e sostenibilità, ora si rafforzano a vicenda. In quanto modello di sviluppo economico complesso, la green economy non investe solo le imprese, ma tutti i protagonisti del mercato e implica l’insieme integrato di politiche verdi da parte delle istituzioni, ma anche gestione verde da parte delle imprese, sviluppo di tecnologie verdi da parte del mondo della ricerca, nonché consumatori green oriented.

Partendo da questa sinergia si deve agire su: un nuovo piano di sviluppo energetico, un nuovo piano urbanistico – edilizio, una nuova concezione di mobilità sostenibile, un piano di politiche agricole, un nuovo modello di chiusura del ciclo dei prodotti fondato sulla riduzione, riutilizzo e riciclo, un piano di politiche agricole che valorizzi prodotti naturali, di stagione e locali.

L’edilizia deve passare dalla logica della  speculazione fondiaria agli investimenti di  rinnovamento, coniugando grandi interventi commerciali, direzionali alberghieri con una robusta politica di nuove abitazioni per i cittadini e le famiglie di oggi.

Il turismo deve essere definito con una politica attiva a 360 gradi (marketing unitario, progetti a lunga scadenza di eventi, cultura, musica di livello mondiale e rivolto a diversi target di utenti e di reddito).

Il grande bacino delle conoscenze del territorio regionale (sapere, scuola e ricerca) rivendica una politica economica propria che ne faccia il motore di una rete di laboratori di ricerca, di fattorie di start up collegate all’industria avanzata locale (ad es. aerospaziale, ITC, farmaceutica, audio visivo).

Più nel dettaglio di seguito si riportano alcune schede su tutti i temi di interesse regionale con proposte concrete da avviare subito.

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