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SANITA’: DA VOCE DI COSTO A VOCE DI SVILUPPO

Lo scorso 17 novembre 2015 si è svolto il primo FOCUS GROUP del Tavolo Sanità dal titolo “SANITA’: DA VOCE DI COSTO A VOCE DI SVILUPPO”, promosso dall’Istituto per la Competitività (I-Com) e da ARomaSiCambia!

Sono intervenuti: Valentina Mantua (Responsabile sanità di A Roma si Cambia, fondatore di Health in Progress e Coordinatore del Forum Salute e Sanità del PD Lazio; Davide Integlia, CEO ISHEO e Direttore Area Innovazione I-Com e Fondatore Health in Progress; Rappresentanti dell’industria di settore, imprenditori e cittadini.

A Bruno Scazzocchio, Presidente di A Roma si Cambia e Coordinatore della Commissione lavoro del PD Lazio, sono spettate le conclusioni nelle quali ha sottolineato come “le competenze di I-Com e di ARomaSiCambia! si possano integrare fattivamente per influenzare le politiche regionali in materia di Salute”.

Clicca qui per scaricare e leggere il resoconto della tavolo rotonda.

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L’Italia del governo Renzi e le priorità della politica internazionale

Charlie-Hebdo-Hollande-Sarkozy-et-une-cinquantaine-de-dirigeants-etrangers-dans-une-marche-republicaine-historique“La politica estera si conferma grande assente nel dibattito pubblico in Italia. Eppure la pace nel Mediterraneo non ce la regalerà nessuno”. Il tweet di Gad Lerner di venerdì 9 gennaio 2015 descrive in maniera esauriente e precisa, pur nella sua necessaria sinteticità, l’approccio dell’opinione pubblica italiana e della classe dirigente nazionale di fronte alle tante crisi internazionali che circondano il paese. Occuparsi di questioni politiche internazionali (così come di politica culturale) forse non è un’opzione ritenuta utile per la creazione di posti di lavoro e, soprattutto, non è argomento che fa presa presso l’elettorato italiano. Salvo poi ritrovarsi drammaticamente costretti a confrontarsi con le conseguenze che l’assenza di strategie internazionali adeguate provoca all’interno delle società europee, con risultati tragici, in grado – questi sì – di spostare consensi e mettere in crisi esecutivi impegnati ad affrontare ben altre difficoltà.
Fin da quando l’attuale segretario del PD e presidente del Consiglio ha ritenuto il partito e l’Italia “scalabili”, si è avvertito chiaramente un limite nella sua azione, sia come leader di partito, che come uomo di governo: l’assenza di riflessioni e di strategie utili ad affrontare le crisi internazionali che riguardano direttamente e indirettamente gli interessi del paese, dal Nord-Africa, al Medio Oriente, per arrivare all’Est Europeo. L’orizzonte internazionale di Renzi sembra fermarsi a Bruxelles e a Berlino, tutto concentrato sulla partita economico-monetaria che si sta giocando in ambito europeo. Le poche volte che ha varcato i limiti di questo suo ristretto orizzonte d’intervento è stato per promuovere il made in Italy, cercando spazi, sponsor e partner per l’economia e le imprese nostrane. Tutto importante, tutto necessario, tutto funzionale all’azione riformatrice del presidente del Consiglio e al rilancio dell’economia italiana, tuttavia non è sufficiente per tutelare al meglio gli interessi del paese. La perdurante instabilità del Nord-Africa, a causa del caos libico e degli incerti assetti di potere in Egitto; l’anarchia politica e militare in cui è precipitato il Medio Oriente, con due paesi importanti e cruciali, quali Siria e Iraq, devastati da guerre civili, interreligiose e interetniche, sono tutti focolai di crisi che proiettano insicurezza, minacce, conflittualità, anche nel resto del Mediterraneo, al cui centro si trova l’Italia, con le sue coste ben esposte a ogni tipo di infiltrazione.
Per poter abbozzare risposte e strategie, in grado di riportare nel medio e lungo periodo un po’ di pace e stabilità nel Mediterraneo (e quindi anche in Europa), è per forza di cose necessario tentare di capire cosa sta accadendo alle porte di casa, dalla Libia, alla Siria e all’Iraq. Contrariamente a quanto sostengono, per vari motivi e a vario titolo (che qui non interessa approfondire), numerosi politici e intellettuali italiani ed europei, non si è in presenza – almeno ad avviso di chi scrive – di uno scontro di civiltà tra l’Occidente cristiano e giudaico e l’Islam integralista e fondamentalista. Non si vedono eredi del Profeta, capaci di unire il mondo arabo e arrivare alla guida di orde islamiche nel cuore del Mediterraneo, per ricostituire emirati musulmani in Sicilia e in Andalusia, o addirittura ancor più a nord. Quel che sta accadendo è una feroce e cruenta lotta di potere tra vari schieramenti del mondo arabo e musulmano, per lo più sunnita, tutti impegnati a riempire l’enorme vuoto di potere politico ed economico che si è creato in Nord-Africa e Medio Oriente, con la scomparsa dei regimi laici di Gheddafi, Saddam Hussein e Mubarak, e con il tentativo di abbattere anche quello di Assad in Siria.
Parte del mondo arabo musulmano sunnita (soprattutto nei cosiddetti paesi arabi moderati) ha accolto con favore gli ‘interventi occidentali che hanno posto fine a dittature spietate e autoritarie, al cui interno il raggio d’azione dell’Islam era assai limitato e compresso (ricordiamo che l’Arabia Saudita ha finanziato quasi per intero le guerre del Golfo contro Saddam Hussein). Tuttavia, la democrazia importata in Iraq e, dopo le primavere arabe, in Egitto e in Libia non è stata intesa dagli ambienti islamici come l’accettazione del pluralismo politico e del multipartitismo, ma piuttosto come la possibilità di tornare in gioco nella gestione del potere politico, dopo decenni di marginalizzazione imposta dai regimi laici guidati per lo più da quadri militari. La liberazione di quei paesi dalle dittature ha aperto la strada a gruppi politici di forte e radicale ispirazione religiosa, determinati a trasformare le istituzioni e gli assetti di potere in senso teocratico e a creare degli Stati islamici. L’Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, liberatisi dalla minaccia di Saddam Hussein, che aveva tentato di imporre la propria leadership politica, economica e militare, in Medio Oriente, con l’invasione del Kuwait, sono più che mai determinati a stabilire nuovi equilibri in Iraq e Siria a loro favorevoli, affinché la gestione del potere politico mediorientale, nonché delle immense ricchezze petrolifere irachene e delle vie di comunicazioni siriane, non vadano in mano a regimi e governi a loro contrari. Da qui il tentativo sunnita di al Qaeda, prima, e dell’Isis, poi, di stravolgere gli assetti mediorientali e di conquistare il potere in Iraq e Siria, con le armi e con il sostegno finanziario di alcuni circoli sauditi.
Lo stesso sta accadendo in Nord-Africa, dove si scontrano fazioni del mondo arabo, sia islamico, che laico. In Egitto è in corso una lotta tra gli ambienti militari e quelli islamici dei Fratelli Musulmani, con i primi che hanno ribaltato con la forza e il sangue i risultati elettorali che avevano determinato la vittoria di leader politici vicini all’Islam radicale. In Libia, sono attive e schierate le une contro le altre diverse milizie, appoggiate alcune dai militari egiziani, altre dai Fratelli musulmani, altre ancora da gruppi vicini ai sauditi. Anche in Libia la posta in gioco è il vuoto politico nella gestione delle ricchezza petrolifere, creatosi con la cruenta fine del regime di Gheddafi. Ciò che accumuna tutti, dai sauditi wahabiti, ai Fratelli musulmani, dall’Isis ad al Qaeda, è l’esclusione dell’Occidente dal potere politico ed economico del Nord-Africa e del Medio Oriente, è forse l’ultimo atto della lunga decolonizzazione iniziata nel secondo dopoguerra.
Questa lotta di potere, di tutti contro tutti, uniti però nell’esclusione degli occidentali come colonizzatori, minaccia la pace, la sicurezza e la stabilità dei paesi europei, che si affacciano sul Mediterraneo e che hanno notevoli interessi nelle regioni coinvolte in queste crisi. L’instabilità di tutta l’area provoca flussi migratori, difficilmente governabili; crea difficoltà nell’approvvigionamento energetico; ma, soprattutto, espone le nostre città ad attentati terroristici, il cui scopo non è solo quello di tenere i governi europei il più lontano possibile dai paesi arabi, ma anche di propagandare progetti e piattaforme politiche, al fine di arruolare nuovi combattenti per le forze jihadiste, reclutandoli tra i giovani immigrati o figli di immigrati, che vivono nelle società europee ma spesso in situazioni di emarginazione.
Di fronte a tutto ciò, è bene che il governo Renzi, sollecitando il nuovo responsabile della Farnesina, Paolo Gentiloni, e approfittando della presenza di Federica Mogherini nella Commissione europea nel ruolo di responsabile della politica estera e di sicurezza dell’UE, si attivi per rilanciare un’iniziativa europea. È evidente, infatti, che è ormai non più rinviabile un chiarimento complessivo con l’alleato storico dell’Occidente in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, che appare sempre meno un partner moderato, ma sempre più determinato a recitare un ruolo cruciale nella regione, utilizzando lo strumento religioso, l’Islam sunnita wahabita (quello più tradizionale, conservatore e ortodosso), per egemonizzare l’area. È necessario rilanciare il dialogo europeo con quei paesi musulmani, ma non arabi, come Iran e Turchia, che sono altrettanto preoccupati per quanto sta accadendo nel mondo arabo sunnita ai loro confini; un dialogo tra pari, però, senza fare in continuazione l’esame di democraticità al governo di Erdogan o a quello degli ayatollah. È urgente effettuare delle scelte in Siria, per decidere se il macellaio Bashar al-Assad può essere utile nella lotta contro i tagliagole dell’Isis. È forse inevitabile iniziare a pensare di dover prendere atto dell’esistenza di uno Stato islamico sunnita, così come è stata ormai accettata l’esistenza di uno Stato islamico sciita in Iran; in caso contrario, è bene assumersi responsabilità politiche e militari, per “estirpare” la minaccia islamista dell’Isis con le armi, come afferma il ministro Gentiloni in un’intervista a Repubblica, domenica 11 gennaio; tertium non datur, però: compromesso o guerra totale (con i rischi che ne conseguono). È fondamentale, infine, elaborare una soluzione per il caos politico in Libia (se non altro per la responsabilità storica che i paesi europei hanno per avere gettato il paese nell’anarchia dopo la defenestrazione di Gheddafi).
Si tratta di opzioni al ribasso, ovviamente, figlie di scelte contraddittorie e in alcuni casi rivelatesi errate, compiute nel recente passato dall’Occidente in Medio Oriente. Si tratta, infine, di azioni e interventi, che richiedono la costruzione di pozioni comuni con i partner europei e nordamericani, perché il procedere in ordine sparso ormai non è più possibile, né conveniente.

Massimo Bucarelli
Docente di Storia delle relazioni internazionali

Università del Salento

Lavoro · News

Garanzia Giovani: un miliardo di idee per entrare nel futuro

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Sempre più spesso si sentono e si vedono nel nostro paese giovani disoccupati. La prima domanda che ci si pone è: “Com’è possibile che proprio i giovani, il futuro del paese, rimangano senza lavoro?” . La ricerca Studio Ergo Lavoro (McKinsey, 2014) ha rivelato che in Italia il 40% della disoccupazione giovanile ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e economico. Solo il 38% dei giovani, infatti, ha piena consapevolezza degli sbocchi occupazionali offerti dal percorso di studi scelto. Appena il 42% delle imprese, poi, ritiene che i neolaureati abbiano competenze adeguate ad affrontare l’attività professionale. A tutto ciò va infine aggiunto che, molto spesso, l’università non riesce a mettere efficacemente in contatto le imprese e i candidati.

Il Programma Garanzia Giovani, con uno stanziamento di 1,5 Miliardi di Euro, si propone di avvicinare questi mondi ricorrendo ad una serie di azioni integrate sia di breve che di medio lungo periodo. Programmi, iniziative, servizi informativi, percorsi personalizzati, incentivi: sono queste le misure previste a livello nazionale e regionale per offrire opportunità di orientamento, formazione e inserimento al lavoro, in un’ottica di collaborazione tra pubblico e privato.

Tuttavia, ad oggi, ci sono delle lacune e delle criticità che non consentono al Programma di decollare come dovrebbe. Tra queste, l’impianto del programma, che fa perno sulle regioni come enti intermedi e che sconta le differenti capacità programmatiche e gestionali di queste ultime. In molti casi le regioni si sono attivate tardivamente, in alcuni casi hanno previsto propri portali di accesso alla Garanzia Giovani, in altri si sono rifatte al portale nazionale (Clicklavoro). Inoltre va ricordato che i punti di contatto diretti con i giovani sono i centri per l’impiego, tradizionalmente deboli dal punto di vista delle dotazioni organizzative (e di competenze) e della diffusione territoriale. Senza contare che ogni regione sta attuando il Programma secondo le proprie priorità e modalità, quindi ci troviamo di fronte ad un progetto che si muove, sul territorio nazionale, a velocità diverse. Ad oggi, infatti, solo 12 regioni hanno preso provvedimenti per supportare i cosiddetti NEET – Not (engaged) in Education, Employment or Training – ovvero quei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione.

Sebbene queste siano problematiche abbastanza spinose, uno dei punti più critici resta l’impiego delle risorse: sul miliardo e mezzo di euro stanziati da Garanzia Giovani, solo 561 milioni risultano essere stati utilizzati. Stiamo parlando di un terzo del totale, stiamo parlando di un miliardo di euro che potrebbe essere speso per aiutare gli oltre 200 mila giovani che hanno aderito al programma.

Questi elementi spiegano i risultati non incoraggianti del programma Garanzia Giovani e sono strettamente connessi al più generale debole impianto delle politiche attive per il lavoro nel nostro paese, sia in termini di strutture e soggetti dedicati, sia in termini di risorse stanziate. Negli ultimi anni si è arrivati ad un punto tale che i sussidi di disoccupazione sono la voce più importante delle politiche occupazionali (9%), mentre la formazione, che dovrebbe essere uno dei punti chiave, è in fondo alla lista (2%).

Per fare in modo che il programma funzioni e sia più incisivo è necessario pensare ad alcuni obiettivi ed azioni da perseguire ed intraprendere nel breve e nel lungo periodo. Per quanto riguarda il breve periodo, si deve innanzitutto puntare sulla diffusione e pubblicizzazione del progetto, ancora oggi non molto conosciuto dai giovani, e sulla collaborazione delle università, degli istituti superiori e dei centri di formazione, nell’offrire ai giovani una formazione che sia davvero utile per l’inserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, per aumentare la fiducia dei NEET nel programma, le singole azioni dovrebbero essere valutate non solo sul piano quantitativo, come avviene ora, ma anche su quello qualitativo. In questo modo sarebbe anche possibile una più efficace distribuzione delle risorse.
Per quanto riguarda il lungo periodo, invece, sarebbe opportuno analizzare i trend in atto nei settori e nelle tecnologie per comprendere quali figure professionali saranno più richieste in futuro; andrebbero anche potenziate le competenze e le dotazioni dei centri per l’impiego, al fine di renderli capaci di fornire un orientamento personalizzato ed efficace; potrebbero, poi, essere coinvolti nelle attività di tutorship e mentorship manager e lavoratori altamente qualificati temporaneamente disoccupati. A questo potrebbero essere affiancati anche un meccanismo che veda alternarsi l’apprendimento al training on the job, puntando sull’apprendistato professionalizzante, e un progetto che preveda il co-finanziamento privato ad iniziative di formazione.

Le idee, insomma, non mancano. E sono contenute in un documento che abbiamo redatto. Quello che oggi abbiamo tra le mani è un programma che può essere migliorato nelle sue parti più deboli e che può portare il paese fuori dalla fase di stagnazione in cui versa in questo settore. Basta davvero intraprendere poche ma efficaci azioni affinché quel miliardo e mezzo di euro possa essere investito nel migliore dei modi e i ragazzi diventino finalmente il motore di quest’Italia che ha tanta buona energia da utilizzare per entrare a passo spedito nel futuro.

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FOCUS TURISMO 2020 – Resoconto incontro del 29 luglio

Lo scorso 29 Luglio si è tenuto il primo incontro “Focus Turismo 2020”.

Le priorità emerse dal focus sono state:

• Il turismo è un asset fondamentale, ma spesso sottovalutato. Il settore è in una fase di transizione, sono mutate le tipologie di turisti e servono strategie specifiche per intercettare i nuovi flussi, contribuendo a contrastare la tendenza in atto di decremento della quota di fatturato degli operatori del settore.

• Si avverte un approccio sfilacciato al tema, una carenza di governance, con organizzazioni di rappresentanza e istituzioni e operatori che si muovono in ordine sparso e senza coordinamento.
• Nei bandi pubblici il turismo è spesso residuale e in molti casi le imprese turistiche non possono accedere ai finanziamenti per l’innovazione e la competitività, anche se il quadro è in evoluzione positiva, sulla scorta degli input comunitari.

La proposta della Regione è stata quella di Attivare un tavolo permanente che funga da “motore di proposta” sul tema del turismo (elaborando 10 linee di intervento prioritarie sul fronte innovazione), coinvolgendo da settembre anche il Direttore dell’Agenzia per il Turismo del Lazio, il dott. Bastianello, affinché dal tavolo possa scaturire una memoria per la Giunta, da utilizzare per la riforma della legge 13, così come per la programmazione regionale.

Le azioni che l’Associazione AromaSiCambia! si è impegnata a compiere sono:
•Verifica dei tempi e dei contenuti della revisione della Legge 13 dal punto di vista dei temi emersi nel Focus.
• Monitoraggio dell’implementazione nei bandi regionali delle priorità emerse dal focus.
• Supporto e animazione del tavolo permanente, qualora attivato dalla Regione, per fornire indicazioni utili al fine della revisione legislativa e della programmazione regionale dei fondi comunitari.

E’ altresì stato stilato un documento riepilogativo dell’incontro, che potete visualizzare cliccando qui

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Giovani? No, grazie!

Secondo la ricerca “The Global Youth Wellbeing Index” i paesi dove i giovani vivono meglio sono Australia e poi Svezia. La ricerca, condotta dalla International Youth Foundation e dal Center for Strategic and International Studies, piazza poi al terzo posto la Corea del Sud, seguita da Gran Bretagna, Germania e Usa.

Nella lista, che comprende 30 Paesi, non compare l’Italia…

(scarica la ricerca dal sito ufficiale!)