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L’ITALIA E LA TUNISIA: VECCHI LEGAMI E NUOVE CONVERGENZE di Massimo Bucarelli

Il 12 maggio 1881 veniva firmato a Tunisi presso il Castello del Bardo – sede all’epoca del Bey di Tunisi e oggi del Museo Nazionale, teatro poche settimane fa dell’ennesima strage rivendicata dall’Isis – il trattato istitutivo del protettorato francese sul paese nordafricano.

Il Trattato del Bardo non solo dava inizio al dominio coloniale francese in Tunisia, ma poneva bruscamente fine alle aspirazioni espansioniste italiane su quel tratto di territorio maghrebino, costringendo la classe dirigente del Regno d’Italia a indirizzare altrove, nella vicina Libia e nel Corno d’Africa, i propositi di ingrandimento coloniale. Vari motivi avevano spinto la politica italiana a progettare la possibile colonizzazione della costa e dell’entroterra tunisino: l’estrema prossimità geografica alle isole e alle coste siciliane; considerazioni d’ordine strategico, legate alla necessità di garantire un certo equilibrio nel Mediterraneo, nel tentativo di contenere la presenza francese e britannica; l’esistenza, infine, di una consistente comunità di italiani, che nei decenni precedenti avevano attraversato il Canale di Sicilia in cerca di miglior fortuna, percorrendo il tragitto inverso rispetto a quello compiuto dagli attuali migranti africani disposti a rischiare la propria vita pur di giungere sulle coste italiane.

Alla fine del XIX secolo, tra le comunità europee in territorio tunisino, quella italiana era di gran lunga la più numerosa e la più rilevante sul piano sociale, essendo il risultato di due diversi tipi di flussi migratori. Prima dell’unità d’Italia, erano giunti in Tunisia soprattutto esuli politici in fuga dagli Stati centrali e settentrionali della Penisola, appartenenti alla piccola e media borghesia e al ceto intellettuale. Dopo il 1861, però, ad emigrare per motivi economici erano state decine di migliaia di lavoratori non particolarmente qualificati, provenienti dalla Sicilia, dalla Sardegna e da altre province svantaggiate del Mezzogiorno. L’arrivo di manodopera italiana aumentò significativamente (tanto da arrivare a più di 70 mila unità all’inizio del XX secolo) dopo il Trattato franco-tunisino, attratta dalle opportunità di lavoro e riscatto sociale offerte dalla realizzazione delle grandi opere pubbliche volute dal governo coloniale francese. Le presenza di componenti socialmente e culturalmente variegate, ma tutte fortemente determinate a migliorare le proprie condizioni esistenziali, fece della collettività italiana la realtà più attiva e intraprendente nella vita intellettuale ed economica della Tunisia, a tal punto da essere ritenuta ingombrante e pericolosa dalle autorità francesi. Con l’obiettivo di naturalizzare e francesizzare la comunità italiana, i governi

di Parigi ne ridussero progressivamente i privilegi e gli spazi d’azione autonoma, garantiti da  precedenti trattati italo-tunisini, che prevedevano il mantenimento della nazionalità, la libertà di  commercio e di possedimento di beni immobiliari, oltre all’immunità giudiziaria. Sottoposta a un  aggressivo processo di snazionalizzazione, colpita dalla conseguenze della partecipazione dell’Italia  alla seconda guerra mondiale al fianco della Germania e contro la Francia, limitata nelle sue libertà  e possibilità d’iniziativa economica dalle nuove leggi adottate dalla Tunisia divenuta indipendente  nel 1956, la collettività italiana perse progressivamente d’importanza e di consistenza demografica, passando dalle 66 mila unità ancora presenti nel 1956 a poche migliaia di residenti, a causa della decisione della maggior parte degli italo-tunisini di lasciare il paese. Ciò che non è andato perduto, però, è il contributo sostanziale assicurato dalla comunità italiana alla crescita economica, sociale e culturale della Tunisia, grazie all’impulso dato nello sviluppo dell’agricoltura, nella creazione delle prime industrie, nella realizzazione delle opere pubbliche, nell’avvio di numerose iniziative sociali e nell’apertura di istituzioni culturali.

L’apporto italiano allo sviluppo della Tunisia è, poi, continuato in altre forme e in altri modi, rendendo l’Italia il secondo partner commerciale e collocandola tra i maggiori investitori internazionali. Il turismo italiano contribuisce da anni e in maniera determinante alla crescita di una delle principali fonti di ricchezza del paese. Dalla fine degli anni Settanta, l’Italia è una meta importante dell’emigrazione lavorativa tunisina, che con poco più di 100 mila presenze rappresenta une delle prime dieci comunità di immigrati non comunitari. L’Italia, inoltre, è uno dei paesi  europei più sensibili e interessati al processo di democratizzazione delle istituzioni e della politica, in atto in Tunisia dopo la “rivoluzione dei gelsomini” del 2011; sensibilità e vicinanza testimoniate dalla frequenti visite dei rappresentanti delle istituzioni e dei governi italiani (soltanto negli ultimi dodici mesi, si sono recati in Tunisia sia il presidente del Consiglio, Renzi, che i ministri della Difesa e degli Esteri, Pinotti e Gentiloni). L’Italia e l’attuale governo tunisino – sostenuto da buona parte della società e dell’opinione pubblica del paese nordafricano – hanno, infine, il comune interesse a contenere e combattere l’avanzata delle forze jihadiste, legate direttamente o indirettamente all’Isis e al suo progetto di restaurazione ed espansione del Califfato nel mondo arabo sunnita. La Tunisia è uno dei tanti fronti – cruciale per l’Italia insieme a quello libico – per l’attuazione di quella guerra per procura contro il fondamentalismo islamico, dal cui esito dipendono la pace e la sicurezza nel Mediterraneo.

L’Italia e la Tunisia, dunque, sono unite da tempo da intensi legami umani, culturali ed economici,fondati sulla prossimità geografica, sulla comune appartenenza all’area mediterranea e sul continuo contatto tra le rispettive comunità nazionali, prima ancora che sugli stretti rapporti diplomatici. A tutto ciò si è aggiunta una profonda convergenza di interessi politici e strategici, favorita dalla “rivoluzione dei gelsomini” e determinata dalla comune necessità di difendere in Tunisia la difficile costruzione di una società pluralista, in grado di tutelare le diversità di pensiero, di opinione e di religione, così come era un po’ – mutatis mutandis – la società che accolse decine di migliaia di italiani alla fine dell’Ottocento.

 

Massimo Bucarelli

 

Docente di Storia delle Relazioni Internazionali . Università del Salento

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