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Garanzia Giovani: un miliardo di idee per entrare nel futuro

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Sempre più spesso si sentono e si vedono nel nostro paese giovani disoccupati. La prima domanda che ci si pone è: “Com’è possibile che proprio i giovani, il futuro del paese, rimangano senza lavoro?” . La ricerca Studio Ergo Lavoro (McKinsey, 2014) ha rivelato che in Italia il 40% della disoccupazione giovanile ha natura strutturale e affonda le sue radici nello scarso dialogo tra sistema educativo e economico. Solo il 38% dei giovani, infatti, ha piena consapevolezza degli sbocchi occupazionali offerti dal percorso di studi scelto. Appena il 42% delle imprese, poi, ritiene che i neolaureati abbiano competenze adeguate ad affrontare l’attività professionale. A tutto ciò va infine aggiunto che, molto spesso, l’università non riesce a mettere efficacemente in contatto le imprese e i candidati.

Il Programma Garanzia Giovani, con uno stanziamento di 1,5 Miliardi di Euro, si propone di avvicinare questi mondi ricorrendo ad una serie di azioni integrate sia di breve che di medio lungo periodo. Programmi, iniziative, servizi informativi, percorsi personalizzati, incentivi: sono queste le misure previste a livello nazionale e regionale per offrire opportunità di orientamento, formazione e inserimento al lavoro, in un’ottica di collaborazione tra pubblico e privato.

Tuttavia, ad oggi, ci sono delle lacune e delle criticità che non consentono al Programma di decollare come dovrebbe. Tra queste, l’impianto del programma, che fa perno sulle regioni come enti intermedi e che sconta le differenti capacità programmatiche e gestionali di queste ultime. In molti casi le regioni si sono attivate tardivamente, in alcuni casi hanno previsto propri portali di accesso alla Garanzia Giovani, in altri si sono rifatte al portale nazionale (Clicklavoro). Inoltre va ricordato che i punti di contatto diretti con i giovani sono i centri per l’impiego, tradizionalmente deboli dal punto di vista delle dotazioni organizzative (e di competenze) e della diffusione territoriale. Senza contare che ogni regione sta attuando il Programma secondo le proprie priorità e modalità, quindi ci troviamo di fronte ad un progetto che si muove, sul territorio nazionale, a velocità diverse. Ad oggi, infatti, solo 12 regioni hanno preso provvedimenti per supportare i cosiddetti NEET – Not (engaged) in Education, Employment or Training – ovvero quei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione.

Sebbene queste siano problematiche abbastanza spinose, uno dei punti più critici resta l’impiego delle risorse: sul miliardo e mezzo di euro stanziati da Garanzia Giovani, solo 561 milioni risultano essere stati utilizzati. Stiamo parlando di un terzo del totale, stiamo parlando di un miliardo di euro che potrebbe essere speso per aiutare gli oltre 200 mila giovani che hanno aderito al programma.

Questi elementi spiegano i risultati non incoraggianti del programma Garanzia Giovani e sono strettamente connessi al più generale debole impianto delle politiche attive per il lavoro nel nostro paese, sia in termini di strutture e soggetti dedicati, sia in termini di risorse stanziate. Negli ultimi anni si è arrivati ad un punto tale che i sussidi di disoccupazione sono la voce più importante delle politiche occupazionali (9%), mentre la formazione, che dovrebbe essere uno dei punti chiave, è in fondo alla lista (2%).

Per fare in modo che il programma funzioni e sia più incisivo è necessario pensare ad alcuni obiettivi ed azioni da perseguire ed intraprendere nel breve e nel lungo periodo. Per quanto riguarda il breve periodo, si deve innanzitutto puntare sulla diffusione e pubblicizzazione del progetto, ancora oggi non molto conosciuto dai giovani, e sulla collaborazione delle università, degli istituti superiori e dei centri di formazione, nell’offrire ai giovani una formazione che sia davvero utile per l’inserimento nel mondo del lavoro. Inoltre, per aumentare la fiducia dei NEET nel programma, le singole azioni dovrebbero essere valutate non solo sul piano quantitativo, come avviene ora, ma anche su quello qualitativo. In questo modo sarebbe anche possibile una più efficace distribuzione delle risorse.
Per quanto riguarda il lungo periodo, invece, sarebbe opportuno analizzare i trend in atto nei settori e nelle tecnologie per comprendere quali figure professionali saranno più richieste in futuro; andrebbero anche potenziate le competenze e le dotazioni dei centri per l’impiego, al fine di renderli capaci di fornire un orientamento personalizzato ed efficace; potrebbero, poi, essere coinvolti nelle attività di tutorship e mentorship manager e lavoratori altamente qualificati temporaneamente disoccupati. A questo potrebbero essere affiancati anche un meccanismo che veda alternarsi l’apprendimento al training on the job, puntando sull’apprendistato professionalizzante, e un progetto che preveda il co-finanziamento privato ad iniziative di formazione.

Le idee, insomma, non mancano. E sono contenute in un documento che abbiamo redatto. Quello che oggi abbiamo tra le mani è un programma che può essere migliorato nelle sue parti più deboli e che può portare il paese fuori dalla fase di stagnazione in cui versa in questo settore. Basta davvero intraprendere poche ma efficaci azioni affinché quel miliardo e mezzo di euro possa essere investito nel migliore dei modi e i ragazzi diventino finalmente il motore di quest’Italia che ha tanta buona energia da utilizzare per entrare a passo spedito nel futuro.

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