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Il PD, l’Italia e l’Unione Europea: se non ora, quando?

La decisione di rinviare a fine agosto le nomine dei vertici delle istituzioni comunitarie è stata generalmente attribuita al problema sorto intorno alla candidatura dell’attuale ministro degli Esteri italiano, Federica Mogherini, come Alto Rappresentante della politica estera della UE. Analisti internazionali, esperti di questioni europee e commentatori politici vari hanno tutti concordato nell’individuare alcune responsabilità nella gestione della candidatura italiana da parte del presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Foga, improvvisazione, errori tattici e strategici, sottovalutazione di alcune sensibilità dei membri comunitari dell’Europa dell’Est (Polonia e paesi baltici in primis, preoccupati e infastiditi per la posizione dialogante con la Russia dell’Italia e del responsabile della Farnesina in particolare), sono le critiche che più o meno unanimemente sono state rivolte al premier italiano.
Con ogni probabilità, vista la concordanza di voci generalmente discordanti, sono stati senz’altro compiuti alcuni passi falsi o non sono stati adeguatamente preparati. Tuttavia, è necessario tenere conto anche di altre considerazioni, che non riguardano soltanto gli aspetti puramente diplomatici della vicenda, ma quelli eminentemente politici: è chiaro che il governo italiano attuale (ad opera, in particolare, del Partito Democratico, il principale partito della coalizione governativa, di cui il premier è anche segretario) stia giocando una partita cruciale per affermare la propria leadership in Europa, accanto a quella tedesca esercitata dal cancelliere Angela Merkel e dai partiti centristi e conservatori tedeschi, maggioritari all’interno del Partito Popolare Europeo, il primo gruppo parlamentare a Strasburgo. All’origine dell’ambizione – o delle velleità, secondo molti – di Renzi di ritagliare al governo italiano e al PD un ruolo importante nel processo decisionale della politica europea, ci sono alcuni presupposti forse un po’ distrattamente considerati dai commentatori e notisti politici: 1) il PD è il primo partito nel Parlamento europeo, che con il 40,8% di consensi ottenuti alle ultime elezioni europee e con i 31 parlamentari eletti (contro i 29 dei Cristiano democratici della Merkel) ha contribuito significativamente a contenere, almeno a livello istituzionale, la marea montante dell’anti-europeismo (è del tutto evidente infatti che, senza il risultato elettorale del PD, adesso la UE avrebbe davanti a sé ben altre crisi di stabilità e difficoltà politiche che non la distribuzione delle nomine); 2) i voti PD all’interno del Partito Socialista Europeo (il secondo gruppo parlamentare a Strasburgo) sono decisivi per qualsiasi soluzione condivisa, in quella che si avvia ad essere la riproposizione europea delle larghe intese tra PPE e PSE; 3) al successo del PD hanno fatto da contrappunto le sconfitte dei partiti politici al governo in Francia e Gran Bretgna e la scarsa partecipazione al voto di gran parte dell’elettorato dell’Est europeo. A ben vedere, quindi, sono presenti tutte le condizioni per porre al centro dell’agenda europea la questione del peso e del ruolo dell’Italia e delle misure necessarie per favorire la definitiva ripresa economica del paese. Riadattando uno slogan politico utilizzato in ben altri frangenti (preso a sua volta in prestito da un romanzo di Primo Levi ambientato in ben altri contesti), la domanda, che probabilmente Renzi, il gruppo dirigente del PD e il governo italiano si sono posti, è: «Se non ora, quando?».
Ecco, quindi, che gli avvenimenti degli scorsi giorni e il rinvio al vertice europeo di fine agosto assumono altro colore e altro significato: non una battaglia su un nome o per una poltrona, ma una lotta politica per esercitare una chiara leadership all’interno dell’Unione, come mai si era potuto fare nel recente passato, caratterizzato da lettere ultimative, compiti a casa e tentativi di commissariamento; una leadership che – a giudizio di Renzi – va esercitata senza farsi imporre da altri i nomi dei candidati (sia pur autorevoli e condivisibili), ma portando avanti le proprie scelte, dopo aver messo sul tavolo il proprio peso per far passare un presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, gradito soprattutto ai partner delle larghe intese in salsa europea; e senza retrocedere davanti ai veti dei paesi dell’Est, le cui percentuali di partecipazione al voto non hanno certo contribuito al rilancio e al rafforzamento delle istituzioni comunitarie.

Massimo Bucarelli
Docente di Storia delle Relazioni Internazionali
Università del Salento

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